ODISSEA - di Christopher Nolan

  ettore    1 mese fa

*** Messaggio originale corretto dall'autore il 20/07/2026 09:47:25 ***

Ti propongo una versione più fluida, compatta e incisiva, mantenendo il tono personale e tutte le tue osservazioni.

Premessa necessaria: questa non è una recensione, ma un’opinione.

Nolan mi ha abituato a film giganteschi, lunghi e dalla trama complessa. Eppure, ancora una volta, il racconto non sembra avere veri momenti di stanca: le tre ore scorrono con sorprendente naturalezza. Anzi, alla fine ne vorresti ancora.

Sull’aderenza all’Odissea non mi esprimo, così come non entro nel merito della scelta del cast. Non mi appassiona particolarmente la ricerca filologica o somatica dei personaggi.

Mi interessa il film: la trasposizione del primo grande viaggio epico di un eroe di cui la cultura occidentale conservi memoria. È necessario specificarlo, perché la mitologia greca ha plasmato soprattutto l’immaginario occidentale, mentre altre culture hanno sviluppato tradizioni e archetipi differenti.

L’ossessione di Nolan per il tempo e per i piani narrativi che si sovrappongono ritorna anche qui, in modo sempre pertinente e originale. Ci sono flashback che fanno avanzare la storia e passaggi che acquistano senso soltanto attraverso salti in avanti, ricordi e frammenti ricomposti.

Tutto è monumentale: il mare, le battaglie, il sangue, le viscere, il sudore.

Eppure niente risulta volgare o inutilmente prosaico. I dialoghi hanno una contemporaneità quasi disarmante, che aumenta in modo inatteso il coinvolgimento. Non è la forma verbale del linguaggio a rendere epico un racconto: ora ne abbiamo la prova.

Di Ulisse conservavo soprattutto vaghi ricordi scolastici. Alle medie lo disegnai naufragato sulla spiaggia di Calypso. Forse anche per questo il film ha risvegliato immagini rimaste sepolte da anni.

Il cast stellare aiuta moltissimo, anche nei ruoli minori. Tornano molti volti familiari della filmografia di Nolan e ciascuno contribuisce a rendere credibile questo universo.

Ho trovato la messa in scena sontuosa e curatissima. Anche le minuzie risultano pertinenti e coerenti. Perfino Argo, pur essendo palesemente un animatronic, restituisce perfettamente l’immagine di un cane stanco, consumato dal tempo e sopravvissuto oltre ciò che sembrerebbe fisiologicamente possibile.

Matt Damon dà vita a un Ulisse intelligente, ma non necessariamente saggio. È scaltro, stratega, cinico e spesso insensibile. La sua intelligenza ci viene mostrata soprattutto mentre inganna, manipola, guida e aizza gli altri. È un’intelligenza del fare, concreta e meramente pratica.

Ulisse non è empatico. A volte è persino emotivo, irrazionale e contraddittorio. Tutto ciò che fa, però, sembra orientato verso un unico obiettivo: tornare a casa.

Così si spiegano lo stratagemma del cavallo e molte delle sue successive scelte: perseguire il male minore per sé stesso, abbreviare il viaggio, eliminare ogni ostacolo che lo separi da Itaca. A qualsiasi costo.

Bella anche la prova di Robert Pattinson, credibile nel ruolo di un antagonista malvagio, pusillanime e laido: un uomo miracolato dalla sorte, eppure incapace di provare gratitudine.

Curioso il personaggio di Agamennone, quasi sempre con il volto nascosto. Una scelta che, invece di ridimensionarlo, ne ingigantisce l’aura e lo trasforma in una presenza più simbolica che umana.

Gli dèi sono i grandi convitati di pietra del film: vengono nominati continuamente, ma non vengono mai davvero mostrati. Sembra quasi che gli uomini li invochino per giustificare, spiegare o rendere accettabili le proprie azioni. Diventano le foglie di fico della morale umana.

Interessante anche la rappresentazione della fine imminente del mondo allora conosciuto, minacciato dai famigerati “popoli del mare”.

È un mondo che sembra concludersi insieme alla storia di Ulisse. Un mondo che egli consegna a Telemaco, sancendo il necessario passaggio generazionale, ma facendolo ancora una volta con un gesto ambiguo: forse per necessità, forse per cinico calcolo, forse semplicemente per lavarsene le mani.

Qualcuno ha individuato nel film collegamenti con la politica contemporanea: ordini mondiali che crollano, antichi equilibri che si dissolvono e nuove minacce provenienti dal mare.

Io, più semplicemente, ci ho visto un uomo che ha fatto di tutto per restare a galla, sospeso tra convenzioni sociali, obblighi morali, ambizione e istinto di sopravvivenza.

Un uomo che, dopo una lunghissima "odissea" personale, a un certo punto desidera soltanto tornare a casa, con buona pace di tutti, e abbracciare ancora una volta sua moglie Penelope.

Da rivedere.




  ettore    1 mese fa
*** Messaggio originale corretto dall'autore il 20/07/2026 09:47:25 ***

Ti propongo una versione più fluida, compatta e incisiva, mantenendo il tono personale e tutte le tue osservazioni.

Premessa necessaria: questa non è una recensione, ma un’opinione.

Nolan mi ha abituato a film giganteschi, lunghi e dalla trama complessa. Eppure, ancora una volta, il racconto non sembra avere veri momenti di stanca: le tre ore scorrono con sorprendente naturalezza. Anzi, alla fine ne vorresti ancora.

Sull’aderenza all’Odissea non mi esprimo, così come non entro nel merito della scelta del cast. Non mi appassiona particolarmente la ricerca filologica o somatica dei personaggi.

Mi interessa il film: la trasposizione del primo grande viaggio epico di un eroe di cui la cultura occidentale conservi memoria. È necessario specificarlo, perché la mitologia greca ha plasmato soprattutto l’immaginario occidentale, mentre altre culture hanno sviluppato tradizioni e archetipi differenti.

L’ossessione di Nolan per il tempo e per i piani narrativi che si sovrappongono ritorna anche qui, in modo sempre pertinente e originale. Ci sono flashback che fanno avanzare la storia e passaggi che acquistano senso soltanto attraverso salti in avanti, ricordi e frammenti ricomposti.

Tutto è monumentale: il mare, le battaglie, il sangue, le viscere, il sudore.

Eppure niente risulta volgare o inutilmente prosaico. I dialoghi hanno una contemporaneità quasi disarmante, che aumenta in modo inatteso il coinvolgimento. Non è la forma verbale del linguaggio a rendere epico un racconto: ora ne abbiamo la prova.

Di Ulisse conservavo soprattutto vaghi ricordi scolastici. Alle medie lo disegnai naufragato sulla spiaggia di Calypso. Forse anche per questo il film ha risvegliato immagini rimaste sepolte da anni.

Il cast stellare aiuta moltissimo, anche nei ruoli minori. Tornano molti volti familiari della filmografia di Nolan e ciascuno contribuisce a rendere credibile questo universo.

Ho trovato la messa in scena sontuosa e curatissima. Anche le minuzie risultano pertinenti e coerenti. Perfino Argo, pur essendo palesemente un animatronic, restituisce perfettamente l’immagine di un cane stanco, consumato dal tempo e sopravvissuto oltre ciò che sembrerebbe fisiologicamente possibile.

Matt Damon dà vita a un Ulisse intelligente, ma non necessariamente saggio. È scaltro, stratega, cinico e spesso insensibile. La sua intelligenza ci viene mostrata soprattutto mentre inganna, manipola, guida e aizza gli altri. È un’intelligenza del fare, concreta e meramente pratica.

Ulisse non è empatico. A volte è persino emotivo, irrazionale e contraddittorio. Tutto ciò che fa, però, sembra orientato verso un unico obiettivo: tornare a casa.

Così si spiegano lo stratagemma del cavallo e molte delle sue successive scelte: perseguire il male minore per sé stesso, abbreviare il viaggio, eliminare ogni ostacolo che lo separi da Itaca. A qualsiasi costo.

Bella anche la prova di Robert Pattinson, credibile nel ruolo di un antagonista malvagio, pusillanime e laido: un uomo miracolato dalla sorte, eppure incapace di provare gratitudine.

Curioso il personaggio di Agamennone, quasi sempre con il volto nascosto. Una scelta che, invece di ridimensionarlo, ne ingigantisce l’aura e lo trasforma in una presenza più simbolica che umana.

Gli dèi sono i grandi convitati di pietra del film: vengono nominati continuamente, ma non vengono mai davvero mostrati. Sembra quasi che gli uomini li invochino per giustificare, spiegare o rendere accettabili le proprie azioni. Diventano le foglie di fico della morale umana.

Interessante anche la rappresentazione della fine imminente del mondo allora conosciuto, minacciato dai famigerati “popoli del mare”.

È un mondo che sembra concludersi insieme alla storia di Ulisse. Un mondo che egli consegna a Telemaco, sancendo il necessario passaggio generazionale, ma facendolo ancora una volta con un gesto ambiguo: forse per necessità, forse per cinico calcolo, forse semplicemente per lavarsene le mani.

Qualcuno ha individuato nel film collegamenti con la politica contemporanea: ordini mondiali che crollano, antichi equilibri che si dissolvono e nuove minacce provenienti dal mare.

Io, più semplicemente, ci ho visto un uomo che ha fatto di tutto per restare a galla, sospeso tra convenzioni sociali, obblighi morali, ambizione e istinto di sopravvivenza.

Un uomo che, dopo una lunghissima "odissea" personale, a un certo punto desidera soltanto tornare a casa, con buona pace di tutti, e abbracciare ancora una volta sua moglie Penelope.

Da rivedere.





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